Una macchina parcheggiò, li, vicino casa. E avrei voluto tanto aprire ed affacciarmi, a controllare che fosse lei accompagnata da che me frega chi.
Ma ho abbastanza rispetto per gli altri da rispettare gli altri me stesso, in netta maggioranza sull’argomento. Il telefono andava ricaricaricato, ed ero impossibilitato, e lei ci lasciammo in modo non del tutto politically correct mentro cercavo di farle capire che fosse importante entrare all’ospedale a farsi vedere quel braccio.
É bello litigare all’ospedale, perché tutti presuppongono calma? Nel mentre non la vedevo così, è un bello postumo, da decupito.
Ma già il fatto che una macchina avesse parcheggiato vicino casa era non per forza chiaro, abitando nel punto più trafficato di un luogo isolato. Cioè nel nulla della campagna, fra un ruscello ed il bar-tabacchi con benzinaro di fronte, punto di passaggio-incontro di numerose e variegate genti, ma tutte fondamentalmente sabine. “Iens Flavia o Iens Tita?” mica te lo mettevi a chiedere. Mi trasmettevano già abbastanza il senso di vedermi come un matto, o quantomeno diverso, subdolamente molto più pericoloso indi per cui, per mettermi a cercar conferma facendo domande solo mie in pubblico.
O meglio, ultimamente non lo facevo.
Qualcuno avrebbe potuto commentare “ah, finalmente te stai a fa furbo!”, ma spero e credo di conoscerne poche di persone così. A volte uno ha dei periodi di stanchezza del solito se stesso, anche dei lati meravigliosi e crudeli come la sfacciata verità (esser belli, anche se soltanto dentro, diventa un obbligo, e io non recito me stesso se non a me stesso. A me non chiedo nulla in cambio) Ne mica me so fatto vecchio. Ne mica credo che io conosco La Verità. Però la Mia Verità, che troppo sciocca non suppongo in fondo (ho un certo invidiabile rispetto delle mie idee, ci ho ragionato tanto nel tempo impiegato nello scappare dal lavoro cui chiunque voleva costringermi – questo era un piano-sequenza emotivo, cazzo, renditene conto) la mia modesta verità potrei decantartela in modi form’e tempi epici.
Beh.
Ho iniziato parlando di lei, il che mi porta a dedurre che ho la presunzione di parlare di quello che non capisco. Forse così qualcuno me lo spiega? Ma sticazzi anche. Sti gran cazzi, in effetti. Capire ma perché? È stato. Ancora che ce voi mette ‘na pezza?
Ad esempio, il buio mi fa paura. Cioè: il buio di campagna, quello vero, di notte al limitar del bosco, come nelle fiabe. Ho deciso di vivere in posto un po’ così, anche se sono decisamente metropolitano, ma perché andare sempre avanti? Fino a dove? Rewind. Però il buio, quello vero, non ha confini. É tutto buio! E mi sento confortato… se non ce so confini nce stanno manco le guardie, le spie, gli ipocondriaci, gli impiegati pubblici, i preti, i rosiconi, i preti rosiconi e tutta quella roba/gente che campa pe me romp’i pall a mme, vero?!?
Fatto sta che se la mattina al bar-tabacchi-benzinaro chiedessi a qualcuno perché il buio mi dia sensazione ‘si bivalente, non penso che debba aspettare molto per up-settare una fuga da reparti mobili e neuro-mobili cui il me medesimo sia appena stato indicato come il peggiore dei mali possibili, specie se inalato prima delle 12:00 am. Scandalizzare gli italaini e come rubare caramelle ai bimbi monchi, ti toglie il gusto di farlo.
Ma in fondo, che senso avrebbe dire che scrivo, se non avessi appena fatto questo?
Uno suona perché glie prudono le mani se non la fa. E non importa ferirsi e dove e quanto nel farlo.
Tant’è.
E cosìssia.
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