l’autofago

la piú grande tristezza

ch’avvolge la mia

pressochè sconfinata

umile generosità

risiede nell’impercettibile

incomprensione semantica

che la vuol confondere

con esibizionismo e vanità

non è volgar sicurezza

d’un’eventuale mia grandezza

è delusione per la pochezza

non di capacità

ma d’altrui intenti

aspirare alla magnificenza…

desiderio d’altri tempi

la purezza…

costretto a divorare

il mio stupido candore

per non stragiare

umani e suore

per non crepare

di malincuore

la solitudine

non è condanna

non sol sesso voglio da te donna

cazzo! parlami

tu che hai pensieri

che possono evadere

il momentaneo degli allori

tu che hai pulsioni

non istinti

inutile chiedermi

cosa li distingua

parliamo, lo sai,

la stessa lingua

e l’ora è tarda

qualunque essa sia

non ho voglia di pulizia

ma del corrotto

audaci sogni

di caos come braccialetto

al polso tuo fine

leggero come il desinare

nella speranza tecnocratica

del bell’apparire

destinato a finire

ovunque

ma non nei miei ricordi

comunque

ma non nella musica per sordi

o nella fotografia per ciechi

atti biechi

d’insurrezione drastica

lotta contro la plastica

bellezza chewin-gum

di cui si parlò

in upper-town

senza considerare

l’importanza dei clown

che voglion donare un sorriso

disegnandosi lacrime in viso