intro

“A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio.

Ma uno come me dove potrà ficcarsi?

Dove mi si è apprestata una tana? ”

da “all’amato me stesso” di Vladimir Vladimirovic Majakovskij

23 cortellate e qualche chiodo arruginito

questa non è la solita commediuola allegrotta che viene a sotterrare il neoralismo con la morale del tradimento.

questa non è una favola dove i mostri vengono sconfitti, da i veri cavalieri, che a noi contemporanei viaggiano in bici da corsa e gli altri chissà: qui non si cerca la morale.

qui l’unica musica non suona e si balla con me sulla merda; se cadi, o rimbalzi o affoghi.

questa non è una raccolta, rimangono solo ceneri e gas di combustione: dio filtrato dal buongiorno post-industriale.

qui troverai solo prodotti di scarto dell’evoluzione illuministico-cristiana-borghese e del suo voler di più che si rivoltano contro il vertice della piramide alimentare e le sue caratteristiche domananti: maschilismo, ipocrisia, vedere tutto ciò che non è il gruppo ristretto come da sottomettere.

qui sei tu la preda. e il tuo sentirti appertenente a migliaia di gruppi non ti salverà: sono connessi ma non verranno.

qui verrà offeso chi professa il presunto distacco dalla legge del più forte: non è successo e te ne accorgerai semplicemente parcheggiando.

qui verrà vilipeso il concetto stesso di stato-nazione e i suoi riti.

qui non troverai conforto, ma saliva, sangue, capelli e sperma in un altare di lavandino rotto. unica bandiera l’incerto.

questo non è un bel libro di poesia, ma un’accusa anche nei tuoi confronti.

alla ragione.

cui ti rivolgi prima di compiere e compere.

e anche per questo ti odierò, finchè morte non ci riunisca.

decidi se girar pagina.

questa non è letteratura, è l’urlo augurale, cui seguiranno i canti, d’un profeta guerriero.